Da quello che mi hanno detto nei vari Verotoimisto, non mi spetterà un bel niente in nessun caso, vista la natura di questa 'flat tax', creata apposta per i lavoratori a breve termine... ma ho imparato ormai che quello che mi dicono negli uffici ha davvero poco valore

Sí, ma è così nel tutto il mondo, e non solo nei
Verovirasto finlandese. Vale veramente la pena di cercare e se necessario (in Finlandia del solito non lo è, visto gli ottimi siti degli enti da dove sono scaricabili i depliant)
chiedere l'informazione per l'iscritto.
Poi, da una adetta customer service - anche se nel settore privato - secondo nel questo caso le impiegate hanno anche fatto bene, visto che nel caso il lavoratore straniero è nel paese solo per 4-6 mesi, l'eventuale "tax refund" spetta alle autorità del paese dell'origine. Visto che non possono possibilmente conoscere le pratiche relative al "tax refund" nei tutti e 50 paesi del mondo con cui la Finlandia ha la convenzione, è inutile fare speculazzione su quello che possa o non possa succedere nel altro paese.
Vorrei poi rispondere a un mp pubblicamente, perché credo possa interessare altri: per mia esperienza personale, so che in Finlandia contano davvero poco attestati di formazione, diplomi, lauree, specializzazioni e quant'altro se non sono corredate dall'esperienza. Qui vogliono sapere cosa sai fare, e mi riferisco alla pratica. E' ovvio che per dottorati di ricerca o impieghi in ambito accademico la situazione cambia un po' e lì i titoli di studio contano.
Su questo concordo pienamente. Da noi il titolo di studio ha un significativo relativo. Evidentemente chi vorrebbe fare un medico deve essere laureato in Medicina, e chi vuole fare l'avvocato in Giurispudenza. Ma altrimenti conta molto di più, anche per i lavori cosìddetti "altamente qualificati", quello che si ha
realmente studiato (in Finlandia gli studenti universitari studiano una materia principale, in cui si prepara la tesi, e da uno a tre materie supplementari) e le esperienze lavorative maturate anche durante gli studi.
Inoltre, vorrei dire che in Finlandia è importante poter verificare l'esperienza lavorativa con un
työtodistus. È un attestato rilasciato dal datore di lavoro in cui si specifica, nella forma più semplice, la durata del rapporto del lavoro e le mansioni svolte. In Finlandia il datore del lavoro è obblicato di rilasciarlo per la legge, quindi lo richiedono anche da chi viene dal fuori.
Un'altra considerazione: si è parlato molto, ultimamente, del surplus di formazione esistente in Finlandia, per cui ci sarebbero molti laureati e poca forza lavoro.
In realtà il problema non è così semplice.
Iniziattutto bisogna fare una distinzione fra i laureati
dall'Yliopisto, cioé le Università vere e propria, e
dall'Ammattikorkeakoulu, cioé i Politecnici. Mentre un ingegnere laureato dall'Università - i quali sono a numero chiuso e ricevono fondi non per il numero di posto studio però quello dei laureati - troverà un posto del lavoro probabilmente già mentre sta studiando, un ingegnere laureato dall'Ammattikorkeakoulu - i quali sono, in teoria, a numero chiuso, però i quali ricevono fondi per il numero degli studenti - avrà problemi maggiori.
Secondo, bisogna fare distinzioni fra le Facoltà e le Università. Laureati da quelle "forti" (la medicina in primis, la giurispudenza, però anche il Kauppakorkeakoulu di Helsinki) trovano sempre un impiego senza troppe difficoltà. Se invece uno ha scelto di studiare l'Antropologia o la Linguistica Finnougrica è evidente che avrà molto meno scelta fuori l'ambito accademico.

Terzo, bisogna tenere in conto che ci sono delle differenze regionali. Per esempio, un teologo che ha deciso di rimanere nella zona capitolana dopo la laurea, avrà sicuramente meno scelta che chi è disposto di spostarsi a Pohjois-Karjala.
Inoltre, fra 5- 10 anni direi la situazione sarà, di nuovo, drammaticamente diversa, visto che andranno in pensione i
suuret ikäluokat, cioé i baby boomer finlandesi nati negli anni della dopoguerra. A quel punto non si cercherà disperatamente solo degli operai, ma anche dei giudici, dei medici, degli architetti...
Io lavoro in una specie di cartiera e da quello che mi è stato detto diversi giovani sono andati e venuti da quel posto perché non 'piace', e non lavoravano certo part-time come me, quindi i loro stipendi erano ben diversi dal mio. Inoltre nello stesso edificio ci sono 4-5 ditte per piano, di varia natura, e vi assicuro che né in giro né in mensa ho notato una forte presenza giovanile, anzi.
Se i giovani lasciano il lavoro che non "piace", vorrà, comunque, in maggior parte dei casi, dire che hanno trovato qualcosa di meglio, non che fossero dei "scansafatiche". A differenza di quello che credono spesso lavoratori alla soglia del pensione che hanno lavorato con lo stesso datore del lavoro per 40 anni, pochi lasciano il lavoro per fare
sosiaalipummi, quindi per vivere con i sussidi, visto che bastano comunque solo per il minimo indispensabile.
In effetti, dove lavoro io- Dipartimento Servizi per l'Aziende di una grande azienda delle telecomunicazioni - la presenza "giovanile" è spiccatissima. Direi che 25-30 % degli dipendenti ha meno di 25 anni. Certo che c'è grande mobilità, però i miei giovani colleghi che ci hanno lasciato sono andati via appunto perché hanno trovato qualcosa di meglio.
Quindi: se si conosce un minimo di lingua (condizione essenziale, io non potevo parlare inglese sul mio posto di lavoro!) e si vuole lavorare, qualcosa alla fine salta fuori.
Sicuramente, la domanda essenziale però è di avere mezzi economici sufficienti per vivere prima che questa "qualcosa" salti fuori - dalla mia diretta esperieza posso dire che fuori la zona Capitolana poi spesso tocca di aspettare
mesi - e anche dopo, visto che spesso quella "qualcosa" comunque non permette di arrivare a fine mese senza il sostegno.
Ma come ho già detto in altri miei interventi, nel lavoro pratico scordatevi la favola dell'inglese che vi porta dappertutto: il finlandese è essenziale.
Concordo pienamente. A meno che si riesce a trovare un posto da esperto di qualche campo ad una multinazionale, sapere il minimo della lingua del paese in cui si lavora è
sempre essenziale.